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STUPRO DELL'AQUILA, QUELLO CHE I GIORNALI NON CI DICONO

Otto anni di carcere confermati in appello per Francesco Tuccia, a fronte della richiesta di 11 anni presentata dal pg Picardi per l’aggravante di crudeltà e sevizie e di quella di assoluzione da parte della difesa di Tuccia per presunto"consenso" di Rosa (a farsi massacrare).  L’aggravante della crudeltà e sevizie è stata riconosciuta, ma la Corte d’appello ha derubricato le lesioni da dolose a colpose e quindi tutto come prima, se non peggio. All’uscita, infatti, il padre di Rosa ha dato giustamente del "pezzo di merda" all’avvocato Valentini, che durante l’udienza ha diffuso dei dati sensibili (ossia dove vive adesso Rosa, cosa che non sapeva nessuno se non la famiglia e le compagne più vicine!) e quello gli ha chiamato le guardie e gli ha giurato querela.
Tuccia è stato anche condannato alla interdizione perpetua da tutti i tipi di incarichi di tutela e curatela, ma pare che ciò non impedirà al tipo di continuare, durante i domiciliari, a usufruire del permesso, senza restrizioni, per uscire e andare a lavorare come autista di ambulanze! (clicca sul titolo per continuare a leggere)

La presenza delle donne e della solidarietà a Rosa è stata forte e determinata, sia dentro l’aula (il processo si è svolto a porte aperte), che fuori, dove sono stati esposti striscioni e cartelli e diffusi volantini e la risposta della gente è stata accogliente e positiva. In 60-70 abbiamo sostenuto Rosa da vicino. Nell’aula c’era una sproporzione enorme di presenze nelle file di destra, dove sedeva il Tuccia con la sacra famiglia e in quelle di sinistra, dove eravamo noi. A destra le sedie erano vuote, a sinistra ci siamo dovute sedere per terra o rimanere in piedi. Li abbiamo fatti sentire come degli appestati, perché merde sono.
Simona Giannangeli, l’avvocata del centro antiviolenza, ha fatto una requisitoria stupenda, fortissima, difficile da sintetizzare. Ha in primo luogo smontato le pretese della difesa, e non solo, di ribaltare il processo contro gli stupratori a un processo alle donne, la doppia violenza che queste e nella fattispecie Rosa, subiscono durante i processi, attraverso indagini sulla loro vita privata, sulla loro “moralità”, sul fatto che in fondo se la sono cercata. Di fronte alle attenuanti generiche che la difesa ha addotto come motivazione per l’assoluzione - giovane età del tipo, lo stato di ubriachezza, lo “spavento” che ha indotto la belva con le mani e le braccia insanguinate a svignarsela lasciando Rosa nuda al gelo e sanguinante - ha risposto con vigore che anche Rosa è molto giovane, che anche Rosa, se aveva bevuto un po’ troppo non poteva difendersi e che lui, un militare addestrato a “servire la patria”, che magari poteva essere assegnato a compiere missioni all’estero (dove sangue ne avrebbe visto correre a fiumi), appena ha visto un po’ di sangue se l’è svignata. Lui, un militare che ha praticato su Rosa uno stupro di guerra, una tortura, il fisting, che tanti altri militari italiani, addestrati a servire la patria, hanno inflitto alle donne in Somalia o in Bosnia-Erzegovina.
L’avvocato di Rosa, Gallinari, ha sottolineato come a Tuccia  non gliene fregasse proprio niente della vita di Rosa. Gli interventi della difesa di Tuccia, Valentini dell’Aquila e Villani di nome e di fatto, ve li risparmio per ora, sono stati un lungo e sofferto mal di pancia, che ci hanno spinto numerose/i ad abbandonare l’aula per evitare che fosse la Corte a sgomberarla. "La lapidazione o l’impalamento gli ci vorrebbe, al Tuccia e ai suoi avvocati!" ha commentato una lavoratrice presente con me al processo. Per le “perle” dei porci della difesa di Tuccia, ci vorrebbe un capitolo a parte. Ora sono/siamo ancora troppo incazzate. (Ricevuto da un'amica presente in tribunale, all'Aquila, lo scorso 6 dicembre)

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L'Appello

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