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#GiornalismoDifferente: una campagna per cambiare linguaggio

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Il 25 novembre 2014, il blog NarrAzioni Differenti ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul linguaggio dei media rivolta alle giornaliste e ai giornalisti che si occupano in particolare delle tematiche della violenza maschile sulle donne, di discriminazioni a sfondo sessista e omofobo. L'idea è di inviare il manifesto per il Giornalismo Differente, con tutte le adesioni, all'attenzione delle principali testate nazionali. Qui il link alla campagna e al manifesto: http://narrazionidifferenti.altervista.org/giornalismodifferente-una-campagna-per-cambiare-linguaggio/

Fra le prime adesioni c'è anche Lo Sciopero delle donne e invitiamo tutta la nostra rete a diffondere e partecipare.

Per aderire a #GiornalismoDifferente inviare la vostra adesione, singola o collettiva a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le promotrici chiedono di diffondere l'hashtag #giornalismodifferente su Twitter con le rivendicazioni della campagna, taggando le principali testate italiane.

Le sette rivendicazioni che per ora sono lanciate con questo hashtag sono:

Un femminicidio non è colpa della disoccupazione!

Non è il raptus che uccide!

No alle pornovittime!

Cosa indossa una vittima di violenza? Chissenefrega!

Il capofamiglia non esiste più!

UnA trans, al femminile!

Vogliamo parlare di donne vive (e fuori dai ghetti rosa)

Gisella De Simone: Da Renzi una vera trappola ideologica contro le donne

“StateLeggi tutto... serene”, l’articolo 18 resterà pie­na­mente appli­ca­bile ai licen­zia­menti discri­mi­na­tori, con il man­te­ni­mento del diritto alla rein­te­gra­zione nel posto di lavoro dal quale un lavo­ra­tore, e più spesso una lavo­ra­trice, siano stati ille­git­ti­ma­mente allon­ta­nati. Così ha detto il segre­ta­rio del Pd e pre­si­dente del Con­si­glio, Mat­teo Renzi, durante l’ultima dire­zione nazionale.

di Gisella Siviero*

«Una trap­pola ideo­lo­gica», secondo Gisella De Simone, pro­fes­sora ordi­na­ria di diritto del lavoro all’Università di Genova e autrice di diversi arti­coli scien­ti­fici sul tema.

Trap­pola ideo­lo­gica? Fiore all’occhiello?

Sì, in par­ti­co­lare se venisse meno l’obbligo per il datore di lavoro di “giu­sti­fi­care” ogni licen­zia­mento, ren­dendo sostan­zial­mente quasi impos­si­bile, “dia­bo­lica” la prova della discri­mi­na­zione, già oggi non facile, pur con le age­vo­la­zioni pre­vi­ste dal diritto ita­liano in attua­zione del diritto dell’Unione euro­pea. Signi­fica ren­dere com­pli­cato, per le donne, l’accesso stesso al lavoro. Signi­fica man­te­nere e dif­fon­dere l’idea che le tutele per le donne sono un’eccezione alla regola.

E que­sta “ecce­zione” cosa comporterebbe?

Le parole hanno un peso, e que­sta ha un peso spe­ci­fico rile­vante, da un punto di vista giu­ri­dico. Certo l’eccezione del licen­zia­mento discri­mi­na­to­rio riguarda donne e uomini, madri e padri, ma di fatto, dati alla mano, sap­piamo che riguarda par­ti­co­lar­mente le lavo­ra­trici. Le quali, già per­ce­pite come più “costose” dalle imprese (per i costi diretti e indi­retti della mater­nità e dei con­gedi, per la minor dispo­ni­bi­lità, spesso, a muta­menti e pro­lun­ga­menti di orari, tra­sferte e tra­sfe­ri­mento, tanto per dire), saranno ancor meno “appe­ti­bili” nel mer­cato del lavoro, per­ché il loro licen­zia­mento (se con­nesso a genere e a mater­nità) com­por­terà san­zioni forti, rite­nute dalle aziende costose.

Andreb­bero allora eli­mi­nate le tutele spe­ci­fi­che di genere?

Una tutela di genere è giu­sto e dove­roso, secondo l’art. 37 della Costi­tu­zione, che esi­sta, ma deve essere effet­tiva. Vogliamo miglio­rare la situa­zione delle lavo­ra­trici? Ren­dia­mole appe­ti­bili sul mer­cato. Addos­siamo alla fisca­lità gene­rale i costi della mater­nità, per esem­pio. E poi disbo­schiamo la giun­gla dei con­tratti pre­cari. Lì le donne sono cre­sciute, pro­prio come i gio­vani, e non sono certo pro­tette dall’art. 18. Sem­pli­fi­care, que­sto è un bene per tutte e tutti. (clicca sul titolo per leggere tutto l'articolo)

la violenza domestica sulle donne? è un fatto privato

Leggi tutto...E' il desolante quadro che emerge dal report "Rosa Shocking. Violenza, stereotipi...e altre questioni del genere", realizzato da Intervita con il supporto di Ipsos e presentato alla Camera.

Ansa. Roma, 18 novembre 2014. Per un italiano su tre la violenza domestica sulle donne è un fatto privato da risolvere all'interno della famiglia, per uno su 5 è accettabile denigrare una donna con uno sfottò a sfondo sessuale, uno su 10 pensa che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza e uno su 4 è convinto che se una donna resta con il marito che la picchia, diventa lei stessa colpevole. E' il desolante quadro che emerge dal report "Rosa Shocking. Violenza, stereotipi...e altre questioni del genere", realizzato da Intervita con il supporto di Ipsos nel quale si ricorda che, nonostante la nuova legge contro i femminicidi varata un anno fa, ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa dal partner, dall'ex o da un familiare. Di chi subisce violenza, solo il 7,2% denuncia l'accaduto. In un anno più di un milione di donne finisce nella rete dei soprusi al maschile, che si ripetono più volte arrivando alla vergognosa cifra di 14 milioni di atti di violenza (dallo schiaffo allo stupro). Oltre 25 i casi al giorno di stalking. Secondo i calcoli di Intervita, comunque, c'è un aumento degli investimenti in prevenzione, che passano da 6,3 milioni di euro del 2012 a 16,1 milioni di euro nel 2013.

Dal sondaggio Ipsos contenuto nel report, emerge un'Italia ferma ai luoghi comuni, specie in relazione ai rapporti uomo-donna. Se da un lato, infatti, l'85% del campione ritiene che anche gli uomini debbano occuparsi delle faccende domestiche, che l'istruzione sia importante indipendentemente dal genere e che la guida della famiglia non sia prerogativa esclusiva degli uomini, dall'altro i dati mostrano il permanere di un'immagine stereotipata della figura femminile, soprattutto per quanto riguarda il matrimonio (considerato "il sogno di tutte le donne" per circa 1 uomo su 2), la famiglia (per quasi 7 intervistati su 10 è più facile per una donna fare dei sacrifici), la casa e i figli (1 intervistato su 3 ritiene che la maternità sia l'unica esperienza che consente ad una donna di realizzarsi completamente). Per quasi 6 italiani su 10, inoltre, è pressoché normale utilizzare un bel corpo di donna a fini commerciali. Ma gli stereotipi non sono duri a morire solo tra gli uomini: è scioccante constatare, dal sondaggio, che ben il 61% delle intervistate ritiene che quello che accade in una coppia non debba interessare agli altri, il 79% che se un uomo viene tradito è normale che possa diventare violento, il 77% che se ogni tanto gli uomini diventano violenti è per il troppo amore e il 78% che per evitare di subire violenza le donne non dovrebbero indossare abiti provocanti. Per fortuna, l'86% pensa che se una donna viene picchiata dal marito, dovrebbe lasciarlo.

 

La dignità si chiama Sandra, l'ultimo film dei fratelli Dardenne

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di Adriana Terzo

La dignità. La dignità di una donna. La dignità di una donna che perde il lavoro e che il suo datore mette contro le colleghe e i colleghi in un paradosso cui, per definizione, sarà difficile sottrarsi. Comunque deciderà, dovrà danneggiare qualcuno, a cominciare da lei per finire all’ultimo arrivato e, per questo, senza tutele. Una lotta impari in una guerra sociale in cui la vittoria ha il sapore dello scalpo della tua amica. In un racconto scarno, durissimo da guardare perché durissimo da vivere. Dove neanche una pausa rock può strappare sorrisi perché l’argomento è tosto e riguarda milioni di persone in un mondo ormai alla deriva, dove neanche più il cinismo ha cittadinanza.

Siamo al cinema ma è come stare per strada, dentro le fabbriche o nelle aziende. E il pugno dei fratelli Dardenne, ancora una volta, arriva dritto dritto all’addome. “Deux jours, une nuit”, presentato in concorso all’ultimo festival di Cannes. “Due giorni, una notte”, questo il tempo che resta a Sandra/Marion Cotillard, operaia di una fabbrica di pannelli solari, ammalata di depressione e poi guarita, per arginare il suo licenziamento in cambio di un bonus da mille euro in busta paga. Un weekend di lacrime, sangue e disperazione. Che lo schermo ci restituisce attraverso i lunghissimi piani sequenza dei Dardenne sul volto della magnifica Cotillard, piegata a mesi di prove prima di girare. E far sembrare ogni scena, ogni sguardo, ogni dettaglio, di un realismo crudele. Li andrà a cercare uno per uno, i colleghi, si umilierà ancora e ancora una volta per chiedere loro di rinunciare al ricatto dell’azienda, e votare no ad un bonus di denari sonanti nella loro busta paga, a fronte del suo licenziamento. Da sola, prenderà ancora qualche pasticca e tirerà su la testa grazie alla forza di suo marito e alla solidarietà di altre donne e altri colleghi. Perché se è vero che la crisi penalizza tutti, le donne un po' di più, con i carichi familiari da aggiungere a tutte le incombenze del quotidiano vivere. Sarà catastrofe ma non sveliamo il finale. Diciamo solo che la dignità, se ancora ha un nome, ha la firma di Luc e Jean-Pierre Dardenne. Che questo film è candidato all’Oscar come miglior film straniero. Ed è un film da non mancare. Dal 13 novembre, nelle sale italiane.

Freedom For Birth RAG: le mamme e gli 80 euro di Renzi

Freedom for Birth Rome Action Group ha deciso di rispondere, attraverso un video, all'annuncio del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in merito agli "80 Euro alle neomamme".
Nel vidLeggi tutto...eo (visibile qui: http://youtu.be/KomI-NO7-_g ) sono le neomamme (ma anche i neopapà e coppie etero e omogenitoriali) a ribadire di cosa hanno realmente bisogno.
La mirabolante proposta degli "80 euro alle neomamme" conferma, ancora una volta, come questo governo, prediliga la miope e propagandistica via dell'assistenzialismo a quella della garanzia dei diritti e dell'approntamento di serie politiche sociali e del lavoro, mostri di concepire le donne quali deputate unicamente alle funzioni riproduttive e genitoriali e, in questo modo, continui ad avallare la loro marginalizzazione sociale ed economica, frutto e nel contempo causa di una cultura che non le rispetta, che non rispetta i loro corpi, le loro persone, le loro scelte, la loro dignità. [clicca sul titolo per leggere tutto]

e io, che donna sono?

Leggi tutto...di Laura – Associazione 8marzo2012, Tivoli*

Mi chiamo Laura, sono nata in Italia nel 1986. Vorrei raccontarvi uno dei percorsi che sto affrontando nella mia vita: la strada dal maschisochismo all’identità di genere.

Questa storia inizia l’8 Marzo 2012. Qualche mese prima, una ragazza più giovane di me aveva subito uno stupro brutale all’uscita da una discoteca a Pizzoli, L’Aquila. Lasciata sulla neve, quasi morta, si riesce a salvare perché la bassa temperatura rallenta il pericoloso fluire del sangue; entra in ospedale; non ricorda cosa è accaduto qualche istante prima: della strada percorsa dalla discoteca alla neve, nella sua mente rimane solo un vuoto. È viva, è sopravvissuta.

Quella ragazza studiava all’Università dell’Aquila, era una scelta che avevo ipotizzato anch’io, finite le scuole superiori, quando volevo studiare criminologia. La notizia arriva in fretta a Tivoli, luogo in cui abito e città natale di Rosa, la ragazza nella neve.

All’inizio, l’indignazione prende il sopravvento, non ho un pensiero razionale e preciso a riguardo, so che hanno colpito Rosa, so che non voglio rimanere in silenzio; non so chi sia Rosa, non so che volto abbia, ma sarebbe potuto capitare a me, alla mia migliore amica, a mia sorella… capita a troppe donne, troppo di frequente. “Cultura di genere” e “Femminicidio” sono parole che ancora non conosco, sono solo profondamente arrabbiata, perché se un ragazzo esce per andare in discoteca, al massimo si deve preoccupare di non prendere una multa per guida in stato di ebbrezza; una ragazza, invece, non si sa se torna; se torna sulle sue gambe; se torna con il corpo e la mente sani e forti come quando era uscita di casa. Ingiustizia.

Altre donne della mia città provano in quei giorni quel profondo senso d’ingiustizia.

Scegliamo quindi, l’8 Marzo del 2012 di fare una fiaccolata in piazza, per Rosa, per noi, per le donne, una fiaccolata in cui mostriamo dei cartelli, la cui scritta dice semplicemente “No alla violenza sulle donne”, in tutte le lingue del mondo.

Noi donne ci mettiamo in cerchio, nella piccola piazza, a scandire degli slogan, alternando le nostre voci e un uomo ci prende in giro, cantando “Giro Giro Tondo…”; e magari cascasse il mondo, ogni volta che un atto violento colpisce una donna o un bambino, la verità è che il Mondo, allora, rimbalzerebbe come una pallina da ping pong ogni secondo.

Le nostre voci non si affievoliscono quella sera; non si torna indietro. Rosa adesso affronterà il processo e noi facciamo nascere l’Associazione 8Marzo2012 – contro la violenza. Perché Rosa è tutte le donne. Perché le donne vengono aggredite, violentate e uccise, perché sono donne.

E io che donna sono? (clicca sul titolo per leggere tutto l'articolo)

SE L'OMICIDIO-SUICIDIO SI CHIAMA FEMICIDIO

Leggi tutto...Coordinamento dei Centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna

La donna uccisa a Cattolica nella lunga lista di donne uccise dalla violenza maschile.

Quando Ivana Intilla è stata ritrovata senza vita insieme al marito nella sua casa di Cattolica, i giornali hanno subito titolato "caso di omicidio-suicidio". Questa tragedia, però, un nome ce l'ha già ed è femicidio. Come tante altre donne in Italia (sono state 134 nel 2013, stando ai dati provvisori raccolti dalla Casa delle donne di Bologna), Ivana non è stata "uccisa dalla gelosia", come hanno scritto, ma dalla violenza del suo compagno.
Una violenza che di solito si sviluppa e cresce nel corso di mesi e anni. Poi sfocia nell'epilogo della morte violenta della donna e a volte, come in questo caso, nel suicidio dell'uomo. Decine e decine di storie seguono le stesse, tragiche fasi. Il partner violento, incapace di riconoscere autonomia e libertà alla propria compagna, si rivela spesso incapace di affrontare le conseguenze del suo gesto e rivolge la violenza anche contro se stesso. La violenza, come un tornado, travolge anche quanti stanno attorno.
Nel caso di Cattolica, a essere stati travolti sono anche i figli della coppia, vittime di violenza assistita come tanti bambini e bambine figli/e di donne che subiscono violenza. I tornado sono fenomeni naturali che è quasi impossibile prevedere e arginare. La violenza sulle donne, il femicidio, la violenza assistita sono invece fenomeni sociali ormai noti, studiati, analizzati. Quante vite devono ancora essere travolte e estinte perché vedano la luce politiche di prevenzione e un Piano nazionale contro la violenza? Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna, ricordando la tragedia di Cattolica, sottolinea che questo è il terzo caso di femicidio in regione dall'inizio dell'anno. L'Emilia-Romagna non è estranea alla violenza, così come non lo è nessuna/o di noi.
L'intervento non deve essere solo di emergenza o assistenziale e non deve riguardare solo le donne. Dai programmi di prevenzione del bullismo sessista nelle scuole ai programmi di recupero per uomini violenti, molto può essere fatto per prevenire e contrastare la violenza contro le donne. Anche usare le parole giuste e far luce, con un termine, sul fenomeno del femicidio, sulle sue cause e sulle sue conseguenze.

Coordinamento dei Centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna
• Casa delle donne per non subire violenza - Bologna
• Vivere Donna - Carpi
• SOS Donna Onlus - Faenza
• Centro Donna Giustizia - Ferrara
• Trama di Terre - Imola • Demetra Donne in aiuto Onlus - Lugo
• Casa delle donne contro la violenza - Modena
• Centro Antiviolenza Onlus - Parma
• La Città delle Donne - Piacenza
• Linea Rosa Onlus - Ravenna
• Rompi il silenzio Onlus - Rimini
• Nondasola - Reggio Emilia
• Sos Donna – Bologna

educare alle differenze: educazione permanente

Leggi tutto...di Antonia Cosentino Leone

Che la cultura sia il terreno su cui le battaglie contro qualsiasi forma di sessismo e discriminazione di genere possano veder germogliare i frutti di un cambiamento reale della società, sembra assunto ormai assodato. Quantomeno nel dibattito femminista, e pure da un po' di tempo.

Da dove cominciare? Se il nesso cultura – educazione è presto fatto, lo segue subito dopo quello educazione – scuola. Scuola, questa scatola di cartone via via sempre più svuotata di valore, contenuti, senso, è infatti stato il tema più dibattuto nella due giorni romana "Educare alle differenze", organizzata da Scosse, Il Labirinto di Alice e Stonewall, tre realtà che da nord a sud hanno chiamato a raccolta associazioni, insegnanti, genitori e chiunque ruoti attorno a questo mondo. [clicca sul titolo per leggere tutto]

EDucare alle differenze: le scosse di Sara

Leggi tutto...di Sara Catania Fichera

 

Alla fine dello scorso mese di agosto, Antonia Cosentino Leone, compagna e sorella del variegato gruppo politico di donne Le Voltapagina – che si riunisce a Catania ogni sabato pomeriggio presso la libreria omonima – ha scritto una mail con la quale ci comunicava di aver prenotato il volo per partecipare alle due giornate romane sull'educazione di genere. Immediatamente SCOSSE energetiche mi hanno attraversata e spinta ad accogliere il suo invito: avrei partecipato anch'io!

Sono Sara Catania Fichera, femminista e architetta. Da anni mi firmo con il cognome di entrambi i genitori, in rigoroso ordine alfabetico, perché sono favorevole alla possibilità di scelta, per mamme e papà, del cognome da trasmettere a figlie e figli. Essere femminista per me è un modo di essere e di abitare il mondo, e penso e spero che ogni gesto della mia vita quotidiana sia politico e performativo, ossia capace di innescare e produrre cambiamenti nell'immaginario individuale e collettivo. [clicca sul titolo per leggere tutto]

ALTRAECONOMIA: COPERTINA SULLA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE

Leggi tutto...Milano, 1° ottobre 2014

Il femminicidio è, nel mondo, la prima causa di morte per le donne tra il 17 e i 44 anni. In Italia, nel 2013, ci sono stati ben 134 casi. Una di loro, uccisa dal marito nel luglio 2013, era Tiziana. Il fratello - Damiano- ha scelto di rispondere alla violenza fondando un'associazione, di reagire di fronte alla guerra che gli è entrata in casa dando vita a "Tiziana vive" .

Altreconomia è stata a Landriano, nel pavese, ad intervistare le operatrici dell'ambulatorio gestito dall'associazione (di cui Ae è parte), che si chiama "Ascoltare la vita", i cui obiettivi sono la prevenzione e l'assistenza psicologica. E Damiano Rizzi la sua storia -tra pubblico e privato- l'ha raccontata in un libro, "La guerra a casa" (Altreconomia edizioni). Nel nuovo numero di ottobre di Altreconomia: la copertina è dedicata a "Tiziana Vive", una rete di sicurezza e prevenzione, contro i femminicidi. Con due approfondimenti sulle riforme "annunciate" dal governo, quelle del sistema giustizia e del Terzo settore.

https://www.facebook.com/altreconomia

L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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