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Il rapporto ombra sull'attuazione del programma di Pechino

È stato presentato questa mattina presso la Camera dei Deputati il rapporto "ombra" sull'Attuazione del Programma d'Azione sulle donne di Pechino (Rilevazione quinquennale: 2009-2014). Il documento è stato elaborato da numerose realtà della società civile che lavorano con un'ottica di genere sulle diverse tematiche indicate dalla conferenza internazionale del 1995.
Le intervenute alla conferenza stampa hanno subito precisato che nonostante a fine maggio 2014 il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia invitato le associazioni a contribuire al rapporto quinquennale, come peraltro richiesto dall'ONU, a giugno il governo ha inviato un suo documento autonomo senza consultarle veramente o attendere il loro contributo. Il quadro che emerge dal documento presentato dal Dipartimento rappresenta una situazione ben diversa dalla realtà che vivono ogni giorno le donne in Italia, non è aggiornato sui dati e continua a presentare una immagine stereotipata del ruolo femminile.


In risposta a questo, la società civile – composta da organizzazioni per la promozione dei diritti umani, associazioni delle donne, coordinamenti sindacali e singole esperte di genere - ha redatto il proprio rapporto Pechino 2009-2014, dal quale emerge invece che, rispetto alla Piattaforma di Pechino, sono ancora molti i punti critici nel nostro paese:

- la carenza di un sistema di raccolta, analisi e diffusione di statistiche di genere, che potrebbe consentire il monitoraggio e la valutazione delle politiche messe in atto a diversi livelli;

- l'elevato livello di povertà femminile soprattutto nelle famiglie monoparentali, nonché il progressivo assottigliarsi del già fragile sistema di welfare;

- l'insufficiente difesa della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi;

- il basso tasso di occupazione delle donne e la generale mancanza e precarietà di lavoro sia tra le nuove generazioni sia tra le over 40,;

- la questione della violenza maschile sulle donne in assenza di un complessivo ed efficace sistema di contrasto e l'entrata in vigore della Convenzione di Istanbul;

- il monitoraggio dell'applicazione delle Convenzioni a partire dalla CEDAW (Convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne) e del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, nonché delle Risoluzioni dell'ONU su Donne, Pace e Sicurezza che riguardano da vicino un paese con un numero significativo di"missioni militari di pace" ed un costante flusso di arrivi di migranti, in particolare richiedenti asilo che provengono da zone di guerra e di conflitto;

- il rapporto donne e media, la rappresentazione distorta e stereotipata del genere femminile;

- il riconoscimento delle problematiche ambientali collegate alle donne e alle loro esperienze e saperi, per garantire sicurezza sociale e risorse ambientali "pulite"e rinnovabili.

In allegato, il rapporto presentato dal Governo e quello della società civile

 

 

Violenza contro le donne. Come perdere la battaglia

Leggi tutto...di Lorenzo Gasparrini*

A quasi un anno di distanza dal DL 14 agosto 2013, n. 93, “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonche’ in tema di protezione civile e di commissariamento delle province” – il cosiddetto DL sul femminicidio, si può dire che il governo ha risolto il problema sociale di cui quel decreto doveva occuparsi alla base. Ha finito di distruggere le possibilità di contrastare efficacemente il fenomeno, in tre mosse.

Prima mossa: produrre un DL che scontenti tutti e che si risolva in una mera operazione di facciata, ma che abbia un nome altisonante. Questo è stato fatto nell’agosto scorso: le critiche all’impianto della legge – che solo in minima parte si occupa di femminicidio – erano subito state formulate. Avvocate/i e magistrate/i avevano espresso dubbi su due punti importanti: (clicca sul titolo per continuare a leggere)

L'Italia che ha riscoperto l'ottimismo. Ma ha rimosso i femminicidi

Leggi tutto...di Barbara Cataldi *

Nel mondo migliore disegnato dal nostro giovane premier, dove la forza della speranza colora di rosa le nuvole anche durante i nubifragi, dove l’ottimismo rimette in moto l’economia senza che gli indicatori lo registrino, dove le riforme ci rendono più efficienti già quando vengono annunciate, non c’è posto per i professionisti del pessimismo, per quelli che gufano, si lamentano, o muoiono persino, e magari lo fanno anche in modo cruento.
In questa Italia del fare, del desiderare, dello sperare, in questa orgia del vincere e comunicare, sui giornali guadagnano colonne solo le partite dei Mondiali brasiliani, le conferenze stampa di Renzi e le interviste a chi ce l’ha fatta. Per chi viene ammazzata, sgozzata, bruciata c’è meno spazio e interesse di prima. Se mai fosse possibile.
Eppure il macabro elenco di donne cancellate dalla follia dei loro compagni continua ad allungarsi giorno dopo giorno, anche se sui media non ce n’è più traccia. Storie troppo tristi per essere raccontate, senza intralciare il difficile compito di ridare fiducia al nostro paese.(clicca sul titolo per continuare a leggere)

Doppio cognome, un freno sulla legge che equipara i generi

Leggi tutto...di Antonia Cosentino

Palermo. Un passo avanti e uno indietro subito dopo. È di qualche giorno fa la notizia che il testo in materia di attribuzione del cognome ai figli, Pdl 360 e abbinate, in esecuzione della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 7 gennaio 2014, sarebbe passato all'esame dell'Assemblea. La commissione Giustizia della Camera, concluso l'esame del testo unificato, lo ha approvato senza emendamenti ma solo con qualche correzione formale, per poi rinviare alla discussione in Aula la trattazione di alcune questioni.

Tra gli entusiasmi di alcuni e le polemiche di altri sembrava ormai una strada in discesa per la legge che, va specificato per correttezza, non abolisce il cognome paterno, bensì l'obbligo dell'attribuzione del solo cognome paterno, un automatismo che causa la scomparsa della figura della madre nella nominazione di figli e figlie. Arriva, invece, a sorpresa nel pomeriggio di mercoledì lo stop alla Camera, ad un passo dal voto finale dell'Aula, con grande furia e delusione da parte di molte deputate. [clicca sul titolo per continuare la lettura]

A Roma la protesta dei centri antiviolenza

Leggi tutto...Lo scorso 10 luglio l’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha tenuto una conferenza stampa alla Camera dei Deputati e Deputate per spiegare le motivazioni della loro protesta riguardo la suddivisione delle risorse finanziarie destinate alla prevenzione e al contrasto della violenza contro le donne. La distribuzione dei fondi non è chiara e penalizza i centri ‘storici’ che in Italia hanno avuto il merito di fare emergere il fenomeno della violenza maschile alle donne. La generica ripartizione prevista dal Governo rischia di incrementare il pericolo di risposte inadeguate per le donne che chiedono aiuto, tralasciando colpevolmente le raccomandazioni europee della Convenzione di Istanbul, dove i governi vengono sollecitati a scegliere le azioni dei centri antiviolenza indipendenti e gestiti da donne.

Qui il link al video della Conferenza

http://webtv.camera.it/archivio?id=6649&position=0

In allegato l'interrogazione parlamentare dell'onorevole Delia Murer (Pd)

Camicette bianche. Oltre l'8 marzo

Il 25 Marzo 1911 bruciò la Triangle Waist Company a New York City, una fabbrica di camicette alla moda. Nell'incendio morirono 146 persone di cui 126 donne, 38 erano italiane. Il rogo è tra i tragici avvenimenti che si commemorano per la giornata internazionale della donna: 126 giovani lavoratrici morte in una fabbrica in cui mancavano le norme minime di sicurezza sul lavoro. Vite che per decine e decine di anni sono rimaste nell'oblio, alcune addirittura non identificate e riunite in un unico monumento funebre: un bassorilievo raffigurante una donna inginocchiata con il capo chino. Leggi tutto...

Un libro racconta, per la prima volta in Italia, tutte le vittime dell'incendio e ricostruisce il contesto storico.

Camicette bianche. Oltre l'8 marzo (Navarra editore) vuole ridare dignità a quelle morti, dando a ciascuna vittima un nome, un cognome e un storia da raccontare. Un lavoro di recupero della memoria - che l'autrice, Ester Rizzo, ha portavo avanti attraverso ricerche negli archivi e interviste ai discendenti delle giovani operaie - per far conoscere un'immane tragedia che viene, in maniera talvolta erronea, legata a doppio filo con la giornata internazionale delle donne, l'8 marzo. Un testo che pone davanti allo scottante quanto mai attuale problema della sicurezza sul posto di lavoro e dei diritti delle lavoratrici e lavoratori, e che porta a riflettere sulla migrazione di ieri e di oggi. A partire dal libro è stata lanciata con il "Gruppo di Toponomastica Femminile" una petizione pubblica rivolta ai sindaci delle 16 città italiane coinvolte in questa vicenda perchè intitolino loro un luogo pubblico che ne onori la memoria in modo meno indistinto di come è avvenuto finora.
L'editore ha realizzato anche un bel video per presentare il libro, qui il link https://www.youtube.com/watch?v=H59LlMxmcWM.

Siamo ancora qui

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Care compagne, care amiche, care tutte,

ad un anno dal nostro primo appello "Scioperiamo per fermare la cultura della violenza" ci ritroviamo ancora qui, certamente meno sole ma ancora con molta strada da fare per riappropriarci del rispetto e della dignità del nostro essere donne. Quante di noi, nell'arco di questo pezzo di tempo, hanno pensato di mollare, di non partecipare più a convegni o dibattiti, di non discutere più a casa perché l'impegno è troppo gravoso e ogni giorno la cronaca ci vomita addosso tutta la misoginia di cui è intrisa la nostra cultura? Tante, troppe. Ma a questo dobbiamo continuare ad opporci, ferme e diritte.

Facciamo nostra, ogni giorno, l'idea che nessun femminicidio, nessuna obiezione di coscienza, nessuna discriminazione ci possa fermare.

Sono di questi giorni un paio di notizie sulle quali vogliamo soffermarci. Una viene dagli Usa, l'altra dall'Italia. Negli Stati Uniti i giudici della Corte Suprema hanno stabilito che le aziende private, sulla base delle proprie convinzioni religiose, potranno rifiutare di rimborsare le spese sostenute dalle loro dipendenti e dai loro dipendenti per la contraccezione. Queste spese, garantite dall' Affordable Care Act, prevedono, tra le altre cose, che i datori di lavoro paghino i contraccettivi alla loro classe lavoratrice, compresi i contraccettivi di emergenza, vale a dire la "pillola del giorno dopo". A parte il fatto che da noi sarebbe una rivoluzione totale pretendere dalla Pirelli o dalla Barilla di pagarci i profilattici, l'impressione è che il non rimborso di queste spese sia strettamente legato all'interruzione di gravidanza. Vuoi vedere che a forza di esenzioni, prima alle istituzioni religiose, poi alle piccole imprese familiari che già ne godevano, adesso anche alle industrie private che si appellano a Dio e ai santi, verrà svuotato anche il diritto all'aborto? Leggiamo su Repubblica, che riporta la notizia, il primo luglio: "Si stima che per effetto dello stillicidio di esenzioni, un terzo delle lavoratrici dipendenti americane non abbia diritto al rimborso delle spese mediche per l'interruzione di gravidanza".

L'altra - altrettanto pesante - notizia riguarda invece i nostri centri antiviolenza. In breve, il Governo ha deciso di ripartire i fondi previsti dalla cosiddetta "legge contro il femminicidio" dell'agosto scorso (legge 119/2013, per gli anni 2013/14) con criteri a dir poco inaccettabili. Si tratta di 17 milioni suddivisi così: quasi 6 milioni di euro per nuovi centri antiviolenza (che si formeranno last minute per accontentare quel politico o quel barone?); 9 milioni di euro alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi (ovvero, per favorire clientelismi controllati dall'immarcescibile politica?); mentre ai 352 centri antiviolenza e case rifugio esistenti, e che operano con efficacia da decenni e in regime di volontariato, toccheranno solo circa 3 mila euro l'anno, per ciascun centro. 250 euro al mese! Neanche sufficienti per pagarci le bollette della luce, come denuncia la rete Dire. Questa è l'alta considerazione che questo Governo ha del problema.

E questo ci dice quanto dobbiamo restare all'erta, sempre. Ogni giorno, ogni momento, in ogni angolo sulla terra per avere riconosciuti i nostri diritti. Come donne, come cittadine, come lavoratrici.

Nonostante la situazione, siamo discretamente fiduciose. E convinte che il potenziale umano e di risorse per dare battaglia contro questa cronica iniquità ci sia ancora. Per questo vogliamo rilanciare lo Sciopero delle donne, perché crediamo che si possa, anche solo per un giorno nella vita di tutte noi, fermarci e fermare questo fiume che tracima la nostra quotidianità di donne multitasking, alle prese con la cura del mondo intero.

Vi chiediamo, dunque, ancora una volta, di crederci insieme a noi. Il 25 novembre fermiamoci e sospendiamo qualunque attività stiamo svolgendo. Un giorno di riflessione per tutte. E per tutti. Vi chiediamo di lavorare di nuovo insieme per chiedere alle istituzioni di affiancarci seriamente e con criterio, anche con sostegni attivi nei vari territori; e alle insegnanti di coinvolgere più scuole possibili. Perché, come ci siamo dette mille volte e come qui ribadiamo, è solo cambiando la Cultura delle nuove generazioni che sarà possibile immaginare una società in cui la violenza maschile sulle donne sia confinata ad atti isolati di criminalità ordinaria e non a consuetudini quotidiane accettate ovunque, in famiglia, sui luoghi di lavoro, nella vita di tutti i giorni come uno dei prezzi "minori" da pagare nel difficile cammino verso una più equilibrata relazione politica tra i sessi.

Vi aspettiamo. Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone - fortissimo - a tutte le teste di questo paese.

Un abbraccio a tutte voi, buone ferie e buone vacanze, a risentirci a settembre,

Adriana, Barbara, Tiziana

Matrimonio all’ITALIANA e la NOSTRA violenza

Leggi tutto...di CB*

 Ve la ricordate la recente campagna pubblicitaria norvegese che ritraeva una coppia nel giorno del matrimonio? Il classico scatto in posa che incarnava tutti gli stereotipi di una felicità chiavi in mano.

Accanto però la stessa foto vista da dietro e la terribile realtà: i lividi sul braccio di lei, la brutale violenza con cui il futuro sposo le stringeva il polso. Una campagna di cui Radio Cora ha diffuso le immagini nei mesi scorsi perché ben rappresentava l'apparenza delle relazioni e la violenza della realtà. Il tutto condito dal momento dei momenti, con tanto di vestito bianco, rosa all'occhiello e luci puntate sul trucco e sull'acconciatura. Ma nel cono d'ombra, la più cupa e quotidiana verità.

Ho pensato a quella campagna quando ieri (15 giugno ndr) insieme alla notizia del triplice omicidio di Motta Visconti venivano diffuse le foto del matrimonio di Cristina con colui che pochi anni dopo le avrebbe tolto il futuro, suo e dei suoi figli. (clicca sul titolo per leggere l'articolo intero)

Stupri e femminicidi, da sempre. Non solo in India

Leggi tutto...di Marta Franceschini*

L’ultima vittima della mattanza indiana aveva 16 anni. Il suo corpo è stato trovato senza vita, appeso a un albero, nelle campagne dell’Uttar Pradesh. Un massacro che sembra senza fine. Stuprate, seviziate, costrette a bere dell’acido, soffocate, impiccate, uccise. Di fronte al calvario delle donne indiane il mondo, giustamente, inorridisce. L’escalation rimbalza dalle pagine dei giornali agli schermi televisivi, e l’audience rabbrividisce. Non era il paese della non-violenza? La patria del Mahatma Gandhi? Il regno della spiritualità? La prima cosa che bisognerebbe chiarire è che l’India, prima che dello spirito e del Satyagraha , è la patria delle contraddizioni. Come una Grande Madre primigenia, comprende nel suo grembo tutto e il contrario di tutto. Chiuderla dentro una definizione significa o sbagliare o mentire. All’interno della sua identità millenaria convivono gli opposti più stridenti. Ma una cosa è certa: dall’era patriarcale in poi nel caravanserraglio indiano le donne sono sempre state ultime dopo gli ultimi.

LA VIOLENZA DI OGGI non è una novità. Trenta anni fa, quando arrivai a Delhi per la prima volta, il sistema di divorzio piu’ diffuso era l’omicidio della moglie (vedi il caso italiano di Motta Visconti di due giorni fa, l'uomo che ha ucciso moglie e due figli ndr). Solo nella capitale c’erano una media di tre casi al giorno. Per secoli, millenni addirittura, stupro, abuso, violenza e omicidio sono stati la norma, e non solo in India. A chi inorridisce di fronte alle recenti cronache indiane, ricordo che a Firenze le donne si crocifiggono. E che la frequenza dei casi è proporzionale agli abitanti, che in India sono 30 milioni di volte gli italiani.(clicca sul titolo per continuare a leggere)

Mondiali: proteste, lingerie, WAGs, turismo sessuale e squadre femminili. Questo post non parla di calcio

Leggi tutto...di Laura*

Faccio subito coming out: questo post non parla di calcio.

Mondiali 2014 in Brasile, uno dei BRICS ( Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica ) cioè uno di quei Paesi sulla via dell’espansione economica, con una popolazione molto numerosa, risorse ambientali strategiche e un territorio molto grande.
Nel 2007, quando il Brasile si aggiudicò l’evento, l’indice di gradimento per questa opportunità tra la popolazione era del 75%.
Oggi è sceso al 48%.

Sarà perché questi sono i Mondiali più costosi della Storia: 11 miliardi di dollari e mezzo, di cui circa 3,6 miliardi prelevati direttamente dall’erario pubblico,  mentre in Brasile paese mancano i servizi sociali fondamentali, dalla sanità alla scuola. Così anche solo il fatto che da mesi la popolazione brasiliana stia marciando contro i Mondiali di Calcio, contro la speculazione del proprio governo corrotto e contro lo sfruttamento massiccio di zone del Paese da “riqualificare”, anche solo questo  fa distogliere l’attenzione dalla formazione della Nazionale. Distoglie l’ attenzione dal girone dell’Italia il fatto che, a poche ore dalla prima partita del Mondiale, sia stata indetta una giornata di azioni sincronizzate  dei vari movimenti sociali e sindacati nelle dodici città che ospitano il Mondiale, a partire da San Paolo e Rio de Janeiro, nel  tentativo di bloccare in massa aeroporti, stazioni, autostrade e la viabilità urbana e nazionale.

I brasiliani, al grido di Nao Va Ter Copa, protestano ai tagli al welfare e alla spesa pubblica, contro i 13 miliardi che il governo di Dilma Roussef è riuscito invece a stanziare per l’evento calcistico. Istruzione, sanità, trasporti, pensioni, case popolari, tutto viene in secondo piano rispetto al calcio d’inizio.

A proposito di case, potrebbe distogliere l’attenzione da chi arriverà in finale anche pensare agli sgomberi di questi giorni nelle favelas di Pavao-Pavaozinho, a Rio de Janeiro. Per accogliere i tifosi ci vuole un po’ di pulizia, la pacificazione del territorio, delle baraccopoli di periferia. Ci pensano le “milizie”, che la polizia ufficiale non basta. E se ci scappa il morto è presto dimenticato perchè in televisione sta per partire la telecronaca dei rigori.
Eh ma è inutile fare sofismi, il calcio è nazionalpopolare più della politica. Mica tanto, visto che il prezzo più basso per una partita è di 80 reais, il salario minimo di un brasiliano è di 780, quindi dovrebbero spendere circa  il 10 per cento dei propri guadagni per assistere a un match. Vogliamo poi concederci un’analisi “di genere” del fenomeno calcio/Mondiali? (clicca sul titolo per continuare a leggere)

L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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