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La dignità si chiama Sandra, l'ultimo film dei fratelli Dardenne

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di Adriana Terzo

La dignità. La dignità di una donna. La dignità di una donna che perde il lavoro e che il suo datore mette contro le colleghe e i colleghi in un paradosso cui, per definizione, sarà difficile sottrarsi. Comunque deciderà, dovrà danneggiare qualcuno, a cominciare da lei per finire all’ultimo arrivato e, per questo, senza tutele. Una lotta impari in una guerra sociale in cui la vittoria ha il sapore dello scalpo della tua amica. In un racconto scarno, durissimo da guardare perché durissimo da vivere. Dove neanche una pausa rock può strappare sorrisi perché l’argomento è tosto e riguarda milioni di persone in un mondo ormai alla deriva, dove neanche più il cinismo ha cittadinanza.

Siamo al cinema ma è come stare per strada, dentro le fabbriche o nelle aziende. E il pugno dei fratelli Dardenne, ancora una volta, arriva dritto dritto all’addome. “Deux jours, une nuit”, presentato in concorso all’ultimo festival di Cannes. “Due giorni, una notte”, questo il tempo che resta a Sandra/Marion Cotillard, operaia di una fabbrica di pannelli solari, ammalata di depressione e poi guarita, per arginare il suo licenziamento in cambio di un bonus da mille euro in busta paga. Un weekend di lacrime, sangue e disperazione. Che lo schermo ci restituisce attraverso i lunghissimi piani sequenza dei Dardenne sul volto della magnifica Cotillard, piegata a mesi di prove prima di girare. E far sembrare ogni scena, ogni sguardo, ogni dettaglio, di un realismo crudele. Li andrà a cercare uno per uno, i colleghi, si umilierà ancora e ancora una volta per chiedere loro di rinunciare al ricatto dell’azienda, e votare no ad un bonus di denari sonanti nella loro busta paga, a fronte del suo licenziamento. Da sola, prenderà ancora qualche pasticca e tirerà su la testa grazie alla forza di suo marito e alla solidarietà di altre donne e altri colleghi. Perché se è vero che la crisi penalizza tutti, le donne un po' di più, con i carichi familiari da aggiungere a tutte le incombenze del quotidiano vivere. Sarà catastrofe ma non sveliamo il finale. Diciamo solo che la dignità, se ancora ha un nome, ha la firma di Luc e Jean-Pierre Dardenne. Che questo film è candidato all’Oscar come miglior film straniero. Ed è un film da non mancare. Dal 13 novembre, nelle sale italiane.

Freedom For Birth RAG: le mamme e gli 80 euro di Renzi

Freedom for Birth Rome Action Group ha deciso di rispondere, attraverso un video, all'annuncio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in merito agli "80 Euro alle neomamme".
Nel video (visibile qui: http://youtu.be/KomI-NO7-_g ) sono le neomamme (ma anche i neopapà e coppie etero e omogenitoriali) a ribadire di cosa hanno realmente bisogno.
La mirabolante proposta degli "80 euro alle neomamme" conferma, ancora una volta, come questo governo, prediliga la miope e propagandistica via dell'assistenzialismo a quella della garanzia dei diritti e dell'approntamento di serie politiche sociali e del lavoro, mostri di concepire le donne quali deputate unicamente alle funzioni riproduttive e genitoriali e, in questo modo, continui ad avallare la loro marginalizzazione sociale ed economica, frutto e nel contempo causa di una cultura che non le rispetta, che non rispetta i loro corpi, le loro persone, le loro scelte, la loro dignità. [clicca sul titolo per leggere tutto]

e io, che donna sono?

Leggi tutto...di Laura – Associazione 8marzo2012, Tivoli*

Mi chiamo Laura, sono nata in Italia nel 1986. Vorrei raccontarvi uno dei percorsi che sto affrontando nella mia vita: la strada dal maschisochismo all’identità di genere.

Questa storia inizia l’8 Marzo 2012. Qualche mese prima, una ragazza più giovane di me aveva subito uno stupro brutale all’uscita da una discoteca a Pizzoli, L’Aquila. Lasciata sulla neve, quasi morta, si riesce a salvare perché la bassa temperatura rallenta il pericoloso fluire del sangue; entra in ospedale; non ricorda cosa è accaduto qualche istante prima: della strada percorsa dalla discoteca alla neve, nella sua mente rimane solo un vuoto. È viva, è sopravvissuta.

Quella ragazza studiava all’Università dell’Aquila, era una scelta che avevo ipotizzato anch’io, finite le scuole superiori, quando volevo studiare criminologia. La notizia arriva in fretta a Tivoli, luogo in cui abito e città natale di Rosa, la ragazza nella neve.

All’inizio, l’indignazione prende il sopravvento, non ho un pensiero razionale e preciso a riguardo, so che hanno colpito Rosa, so che non voglio rimanere in silenzio; non so chi sia Rosa, non so che volto abbia, ma sarebbe potuto capitare a me, alla mia migliore amica, a mia sorella… capita a troppe donne, troppo di frequente. “Cultura di genere” e “Femminicidio” sono parole che ancora non conosco, sono solo profondamente arrabbiata, perché se un ragazzo esce per andare in discoteca, al massimo si deve preoccupare di non prendere una multa per guida in stato di ebbrezza; una ragazza, invece, non si sa se torna; se torna sulle sue gambe; se torna con il corpo e la mente sani e forti come quando era uscita di casa. Ingiustizia.

Altre donne della mia città provano in quei giorni quel profondo senso d’ingiustizia.

Scegliamo quindi, l’8 Marzo del 2012 di fare una fiaccolata in piazza, per Rosa, per noi, per le donne, una fiaccolata in cui mostriamo dei cartelli, la cui scritta dice semplicemente “No alla violenza sulle donne”, in tutte le lingue del mondo.

Noi donne ci mettiamo in cerchio, nella piccola piazza, a scandire degli slogan, alternando le nostre voci e un uomo ci prende in giro, cantando “Giro Giro Tondo…”; e magari cascasse il mondo, ogni volta che un atto violento colpisce una donna o un bambino, la verità è che il Mondo, allora, rimbalzerebbe come una pallina da ping pong ogni secondo.

Le nostre voci non si affievoliscono quella sera; non si torna indietro. Rosa adesso affronterà il processo e noi facciamo nascere l’Associazione 8Marzo2012 – contro la violenza. Perché Rosa è tutte le donne. Perché le donne vengono aggredite, violentate e uccise, perché sono donne.

E io che donna sono? (clicca sul titolo per leggere tutto l'articolo)

SE L'OMICIDIO-SUICIDIO SI CHIAMA FEMICIDIO

Leggi tutto...Coordinamento dei Centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna

La donna uccisa a Cattolica nella lunga lista di donne uccise dalla violenza maschile.

Quando Ivana Intilla è stata ritrovata senza vita insieme al marito nella sua casa di Cattolica, i giornali hanno subito titolato "caso di omicidio-suicidio". Questa tragedia, però, un nome ce l'ha già ed è femicidio. Come tante altre donne in Italia (sono state 134 nel 2013, stando ai dati provvisori raccolti dalla Casa delle donne di Bologna), Ivana non è stata "uccisa dalla gelosia", come hanno scritto, ma dalla violenza del suo compagno.
Una violenza che di solito si sviluppa e cresce nel corso di mesi e anni. Poi sfocia nell'epilogo della morte violenta della donna e a volte, come in questo caso, nel suicidio dell'uomo. Decine e decine di storie seguono le stesse, tragiche fasi. Il partner violento, incapace di riconoscere autonomia e libertà alla propria compagna, si rivela spesso incapace di affrontare le conseguenze del suo gesto e rivolge la violenza anche contro se stesso. La violenza, come un tornado, travolge anche quanti stanno attorno.
Nel caso di Cattolica, a essere stati travolti sono anche i figli della coppia, vittime di violenza assistita come tanti bambini e bambine figli/e di donne che subiscono violenza. I tornado sono fenomeni naturali che è quasi impossibile prevedere e arginare. La violenza sulle donne, il femicidio, la violenza assistita sono invece fenomeni sociali ormai noti, studiati, analizzati. Quante vite devono ancora essere travolte e estinte perché vedano la luce politiche di prevenzione e un Piano nazionale contro la violenza? Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna, ricordando la tragedia di Cattolica, sottolinea che questo è il terzo caso di femicidio in regione dall'inizio dell'anno. L'Emilia-Romagna non è estranea alla violenza, così come non lo è nessuna/o di noi.
L'intervento non deve essere solo di emergenza o assistenziale e non deve riguardare solo le donne. Dai programmi di prevenzione del bullismo sessista nelle scuole ai programmi di recupero per uomini violenti, molto può essere fatto per prevenire e contrastare la violenza contro le donne. Anche usare le parole giuste e far luce, con un termine, sul fenomeno del femicidio, sulle sue cause e sulle sue conseguenze.

Coordinamento dei Centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna
• Casa delle donne per non subire violenza - Bologna
• Vivere Donna - Carpi
• SOS Donna Onlus - Faenza
• Centro Donna Giustizia - Ferrara
• Trama di Terre - Imola • Demetra Donne in aiuto Onlus - Lugo
• Casa delle donne contro la violenza - Modena
• Centro Antiviolenza Onlus - Parma
• La Città delle Donne - Piacenza
• Linea Rosa Onlus - Ravenna
• Rompi il silenzio Onlus - Rimini
• Nondasola - Reggio Emilia
• Sos Donna – Bologna

educare alle differenze: educazione permanente

Leggi tutto...di Antonia Cosentino Leone

Che la cultura sia il terreno su cui le battaglie contro qualsiasi forma di sessismo e discriminazione di genere possano veder germogliare i frutti di un cambiamento reale della società, sembra assunto ormai assodato. Quantomeno nel dibattito femminista, e pure da un po' di tempo.

Da dove cominciare? Se il nesso cultura – educazione è presto fatto, lo segue subito dopo quello educazione – scuola. Scuola, questa scatola di cartone via via sempre più svuotata di valore, contenuti, senso, è infatti stato il tema più dibattuto nella due giorni romana "Educare alle differenze", organizzata da Scosse, Il Labirinto di Alice e Stonewall, tre realtà che da nord a sud hanno chiamato a raccolta associazioni, insegnanti, genitori e chiunque ruoti attorno a questo mondo. [clicca sul titolo per leggere tutto]

EDucare alle differenze: le scosse di Sara

Leggi tutto...di Sara Catania Fichera

 

Alla fine dello scorso mese di agosto, Antonia Cosentino Leone, compagna e sorella del variegato gruppo politico di donne Le Voltapagina – che si riunisce a Catania ogni sabato pomeriggio presso la libreria omonima – ha scritto una mail con la quale ci comunicava di aver prenotato il volo per partecipare alle due giornate romane sull'educazione di genere. Immediatamente SCOSSE energetiche mi hanno attraversata e spinta ad accogliere il suo invito: avrei partecipato anch'io!

Sono Sara Catania Fichera, femminista e architetta. Da anni mi firmo con il cognome di entrambi i genitori, in rigoroso ordine alfabetico, perché sono favorevole alla possibilità di scelta, per mamme e papà, del cognome da trasmettere a figlie e figli. Essere femminista per me è un modo di essere e di abitare il mondo, e penso e spero che ogni gesto della mia vita quotidiana sia politico e performativo, ossia capace di innescare e produrre cambiamenti nell'immaginario individuale e collettivo. [clicca sul titolo per leggere tutto]

ALTRAECONOMIA: COPERTINA SULLA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE

Leggi tutto...Milano, 1° ottobre 2014

Il femminicidio è, nel mondo, la prima causa di morte per le donne tra il 17 e i 44 anni. In Italia, nel 2013, ci sono stati ben 134 casi. Una di loro, uccisa dal marito nel luglio 2013, era Tiziana. Il fratello - Damiano- ha scelto di rispondere alla violenza fondando un'associazione, di reagire di fronte alla guerra che gli è entrata in casa dando vita a "Tiziana vive" .

Altreconomia è stata a Landriano, nel pavese, ad intervistare le operatrici dell'ambulatorio gestito dall'associazione (di cui Ae è parte), che si chiama "Ascoltare la vita", i cui obiettivi sono la prevenzione e l'assistenza psicologica. E Damiano Rizzi la sua storia -tra pubblico e privato- l'ha raccontata in un libro, "La guerra a casa" (Altreconomia edizioni). Nel nuovo numero di ottobre di Altreconomia: la copertina è dedicata a "Tiziana Vive", una rete di sicurezza e prevenzione, contro i femminicidi. Con due approfondimenti sulle riforme "annunciate" dal governo, quelle del sistema giustizia e del Terzo settore.

https://www.facebook.com/altreconomia

Ultimi casi di femminicidio: D.i.RE CONTRO LA VIOLENZA

Leggi tutto...Il 9 settembre Sara Coinu, di 34 anni è stata uccisa dal marito, il16 settembre Alessandra Pelizzi, 19 anni viene gettata dall'ex fidanzato dal balcone e il 17 settembre Carla Garrone, 69 anni, è stata uccisa dal fratello che ha dichiarato alla polizia di averla "giustiziata".
La cultura del femminicidio racconta così l'assassinio di una donna, come un atto di "giustizia" che l'uomo è chiamato a compiere contro colei che vìola un ordine ed una legge non scritta ma ancora radicata nella società post patriarcale. Lasciare il partner o il marito, pretendere la propria parte di eredità, entrare in conflitto con un uomo, ancora oggi, può significare la morte per troppe donne.
Qualche dato di cronaca degli ultimi giorni insieme ai "numeri"dello scorso mese di agosto - nove donne uccise da partner o ex partner – confermano l'avvilente e triste onda cadenzata di una donna uccisa ogni tre giorni/quattro giorni. Il fenomeno della violenza maschile contro le donne non può essere sconfitto in undici mesi grazie ad un decreto legge che inasprisce le pene.[cliccare sul titolo per leggere tutto il testo]

Sessismo: il disprezzo per le donne in una maglietta

di Monica Lanfranco*

LaLeggi tutto... buona notizia: grazie alla segnalazione in rete e sui social network, tra le altre, dell’associazione Il Cacomela che promuove sulle alture di Modena una scuola autogestita libertaria per bambine e bambini delle elementari, la Società autostrade ha provveduto a far rimuovere da un autogrill nella zona di Anagni, una collezione di magliette sessiste diffuse in molte altre stazioni di servizio.

Le scritte sono un repertorio non nuovo, assimilabile al refrain senza fantasia che mette insieme la sottocultura da ‘donne e motori’, il virile eloquio da casanova esperto, lo stile ‘spigliato’ da cabaret televisivo per il quale la sessualità è geometria e il corpo femminile strumento da consumare deprivato dall’emozione, e via così. (clicca sul titolo per continuare a leggere)

Femminicidio, un fenomeno tutto italiano

di Antonella Policastrese*
Più di 120 donne uccise dal proprio partner. Una ogni due giorni.
 
 
 
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Una mattanza perpetrata su corpi di donne che non accenna a placarsi. Una furia che si traduce decapitando le proprie vittime, come successo a Roma, in una villetta dell'Eur. Casi di morte da arma bianca o tramite arma da fuoco ne succedono così tanti che sembra normale aprire un giornale e trovare episodi di mogli come Mary Cirillo, freddata dal marito, o come il caso di una coppia di Nuoro conclusasi con il suicidio dell'uomo, dopo aver giustiziato la propria donna.
Ciò a cui assistiamo sono esecuzioni in piena regola espressione della forza e della capacità, da parte dell'uomo, di centrare un obiettivo da realizzare, o delusioni da eliminare. Come dire, si aggredisce il problema di una moglie che non vuol sottostare per far valere la volontà dell'uomo frustrato ed abbandonato, modificando la situazione a proprio vantaggio. (clicca sul titolo per continuare a leggere)

L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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